PARTECIPAZIONI SOCIETARIE E COMUNIONE DEI BENI

99745837-6F9E-467A-BB72-439447D5CCA7.jpegRiflessione svolta in merito ad un tema particolarmente delicato riguardante propriamente il regime patrimoniale durante il matrimonio. In un periodo storico nel quale le famiglie presentano sempre di più coniugi “autonomi” , per così dire, soprattutto operanti lavorativamente parlando, nel settore terziario, ho sviluppato un pensiero sul piano del diritto che racchiude i principali orientamenti della dottrina e della giurispurdenza riguardo alle situazioni in cui uno dei coniugi od entrambi detengano delle quote di partecipazione all’interno delle società.

Sperando che vi incuriosisca, buona lettura!

 

La dottrina si è espressa adottando due indirizzi differenti riguardo alla destinazione delle partecipazioni societarie nel regime patrimoniale dei due coniugi sulla base della distinzione riguardante la tipologia delle società nelle quali il coniuge risulti essere socio. I pareri risultano di conseguenza differenti qualora l’oggetto della discussione sia:

  • Acquisto di quote di partecipazione societaria di società di capitali (es. S.P.A.)
  • Acquisti di quote di partecipazione societaria a società di persone (es. S.N.C.)

Perché il parere può cambiare? Soprattutto per il discorso della responsabilità che sicuramente risulta fondamentale nel riconoscimento di una soggettività maggiore o minore in base ai due casi, perciò una responsabilità limitata come nel primo caso con le società di capitali porterà a riconoscere più che un diritto soggettivo nei confronti della società, un vero e proprio acquisto di beni, la sottoscrizione dell’ acquisto di una quota di partecipazione in una società di capitali (in questo caso mobile ex art. 810 e 812).  Differente invece può essere la considerazione che si può fare per ciò che concerne una responsabilità illimitata derivante dalla fattispecie della società di persone che invece inchioderebbe di più la dottrina ad orientarsi verso un riconoscimento o comunque alla sussistenza di un diritto nei confronti della società più che altro per la responsabilità delle azioni e della figura del socio all’interno della struttura, per tanto l’unico parametro veramente vincolante in dottrina per far si che un bene rientri immediatamente nella comunione legale dipende in gran parte dalla responsabilità legata alla società se limitata o no. La dottrina sostanzialmente si è mostrata propensa a far rientrare l’acquisto di quote in una società di persone nella fattispecie dell’art. 178 c.c. piuttosto che nella fattispecie della lettera a) dell’art 177 c.c. questo, per il semplice fatto di voler tutelare l’individuo che muove un’attività (in questo caso societaria) oltre che a promuovere la liberta di esprimere la propria personalità da parte di uno dei due coniugi, in quest’ ottica la dottrina si è indirizzata ad applicare un’analogia della ratio dell’art. 178 c.c. per il fatto che quest’ultimo menzioni solo l’impresa e le attività recanti ad esso senza fare riferimento alcuno all’attività societaria.  La dottrina ovviamente non va a tarpare le ali ai diritti del coniuge non direttamente acquirente delle quote societarie, poiché questo tipo di attività rientrerebbe a tutti gli effetti nella fattispecie della lettera c) dell’art 177 c.c. facendo cadere in comunione de residuo i proventi ricavati dall’attività societaria se sussistano ancora al momento dello scioglimento della società. Tali ragionamenti sono posti alla luce della natura che definisce la struttura e l’amministrazione di una società di persone. Se ci rifacciamo di fatto all’art. 2257 c.c. nel quale parliamo di amministrazione disgiunta, salvo deroga pattizia,  il socio ha i pieni poteri decisionali a livello amministrativo ed esercita in tale modo un vero e proprio potere derivante dalla quota percepita, l’inganno potrebbe coglierci qualora si parlasse di amministrazione congiunta nella quale le decisioni spettano all’approvazione collettiva di tutti i soci ex art. 2258 c.c. , di conseguenza la “personalità” e la discrezione derivante dall’esercizio dell’attività di socio potrebbe apparire vincolata, tuttavia se ci rifacciamo al II comma dell’art 2260 c.c. esso ammette che obblighi e diritti possono essere disciplinati dalle norme competenti per il mandato perciò i beni posti in essere dalla partecipazione societaria sono quindi utilizzati e gestiti dall’amministrazione. In questo modo ogni singolo socio anche non per forza facente parte dell’organo amministrativo contribuisce indirettamente allo svolgimento di attività societaria. Sfociamo allora nell’ intuitus personae che è lo stesso che chiude la questione nelle cooperative edilizie dove il dibattito riguardante le quote non si apre neanche facendo cadere tutto nella lettera c) dell’art 177c.c. Esso pertanto non è considerabile come compatibile alla comunione legale. La dottrina tuttavia si è espressa non solo sostenendo questo tipo di criterio prettamente formale ma esprimendone anche uno sostanziale che si instaura nella natura dell’acquisto, ovvero:

  • Se a titolo di investimento e quindi utile al sostenimento e alla crescita del consorzio matrimoniale e quindi rientrante direttamente nella comunione legale
  • Se a titolo di vero e proprio acquisto per la partecipazione concreta alle attività di una società, in questi casi poi ricorre invece una sorta di unitarietà nella tipologia di società se di capitali o di persone per il fatto che la personalità si impone per promuovere il suo sviluppo e che risulti un immediato e diretto esercizio dell’attività d’impresa rientrando quindi nel bacino d’udienza dell’art 178

Questa impostazione tuttavia risulta rischiosa e suscettibile di lacune per il fatto che come criterio risulta poco tecnico e molto difficoltoso da dimostrare andando a creare una situazione di incertezza e non di agevole applicazione nonostante la miglior espressione della realtà socio economica.

La giurisprudenza di legittimità si è espressa sul tema con la sentenza n 2569 del 2009:

nonostante l’ampio dibattito derivante dalla dottrina che in maggioranza ritiene per una serie di considerazioni necessario considerare la partecipazione societaria non come un acquisto (nel caso di società di persone) bensì come il godimento di un diritto soggettivo e della libertà di svolgimento di un’attività d’impresa e per tanto facendola rientrare in comunione de residuo ex art 178 c.c. e per quanto riguarda i proventi si fa riferimento anche alla lettera c) del 177c.c. La corte tuttavia con questa sentenza abbastanza controcorrente e rivoluzionaria in un certo senso sbarra completamente la strada intrapresa dalla dottrina orientandosi piuttosto a ridefinire la natura delle partecipazioni societarie di una società di persone andando poi a motivare l’esito che ha suscitato tanta incredulità e scetticismo in dottrina. Secondo la corte di fatto l’acquisizione di quote societarie non andrebbe a creare un vero e proprio diritto soggettivo nei confronti della società configurabile come diritto di credito avente ad oggetto la restituzione dell’intero conferimento fornito alla società, pertanto è possibile che sussista un’ aspettativa economica qualora si vada incontro all’eventuale scioglimento della società, considerando però che rimanga all’attivo un valore tale da giustificare la partecipazione pro quota dei soci per un valore quantomeno proporzionale ai conferimenti da essi immessi. La corte sembra quindi considerare le partecipazioni societarie come un vero e proprio acquisto suscettibile di poter ricadere nel regime della comunione legale riferendosi proprio a quell’art. 177 c.c. in particolare alla lettera a). Nel caso di specie pocanzi citato, ci si trova dinnanzi ad una situazione che vede due coniugi consensualmente separati che si stanno accordando sulla ripartizione dei beni derivante dalla comunione legale esistente durante il periodo di matrimonio. Il contradditorio sorge proprio in merito alla comproprietà delle quote di una s.p.a. (trasformata da s.n.c.) in particolare del 20% acquisite dalla moglie antecedentemente al matrimonio e poi durante il consorzio aumentate attraverso due conferimenti di una riserva di utili percepiti prima del matrimonio e un conferimento posto attraverso denaro ricevuto dal padre di lei. Se il tribunale di Ferrara si era attenuto all’orientamento dottrinale prevalente, la corte d’appello di Bologna invece abbia mosso un passo importante verso quello che sarà poi il pensiero della cassazione.  Nonostante l’ambiguità del dispositivo risultante nella seconda parte della sentenza, nella prima parte la corte d’appello di Bologna ha correttamente affermato che gli aumenti della partecipazione societaria insorti durante il matrimonio devono cadere in comunione alla luce della lettera a) del già citato 177c.c. Il ricorso in cassazione presentato dalla ormai ex moglie consisteva in 2 motivi dei quali solo una parte del primo è stata accettata, mentre il secondo è stato respinto per infondatezza:

  • Violazione dell’art 177 c.c. lettera a) poiché gli utili utilizzati per l’aumento delle partecipazioni derivavano da attività antecedenti al matrimonio per tanto lo status di socio in questo caso comporterebbe una situazione strettamente personale formalmente rientrante nell’art. 179 c.c. inoltre il terzo conferimento risulterebbe da denaro del padre che avrebbe cosi posto una donazione indiretta ed anche in questo caso si parlerebbe di beni personali per la lettera b) dell’part 179 c.c.
  • Violazione dell’art. 118 c.p.c. lamentando che la sentenza d’appello abbia disconosciuto il dato che farebbe risultare derivanti dal padre oltre che il denaro per la creazione di un conferimento, anche altro denaro utilizzato per la partecipazione alla società e che quindi gli utili prodotti e che sarebbero stati utilizzati come riserva per l’aumento di capitale durante il matrimonio e sarebbero per tanto rientranti nella sfera della donazione indiretta del padre.

La corte quindi accogliendo solo una parte della prima motivazione, conferma che solo le ulteriori quote acquisite durante il matrimonio ricadono nella comunione legale e non già anche quelle percepite prima del matrimonio. Ma perché esso può accadere? Occorre giustamente fare una differenziazione tra conferimenti in una società di capitali e conferimenti in una società di persone. Per quanto riguarda le società di capitali alla luce dell’articolo 2433 c.c. non vi è una ripartizione immediata degli utili poiché essi hanno piuttosto lo scopo di aumentare il capitale sociale, la ripartizione avviene al momento della deliberazione di approvazione del bilancio. Gli aumenti, per quanto riguarda le società di capitali possono essere a titolo oneroso o gratuito. Il titolo oneroso consiste in un vero e proprio acquisto di quote societarie derivanti dalla nuova immissione di conferimenti quindi ex novo alla società anche qualora l’iniziale partecipazione societaria risultava strettamente personale, perciò si creerebbe una situazione suscettibile di rientrare negli acquisti menzionati nell’art 177c.c. , qual’ora però questi aumenti siano stati fatti con denaro proprio come specificato nella lettera f) dell’art. 179 c.c. la partecipazione mantiene quella natura personale che possedeva prima del matrimonio. Se si parla invece di titolo gratuito ci troviamo dinnanzi alla materializzazione di un valore già insito nella partecipazione poiché scaturirebbe da riserva del capitale sociale, quindi non si creerebbe un nuovo conferimento, risulterebbe appunto a titolo gratuito e quindi manterrebbe quell’aspetto personale che già era posseduto dalla partecipazione azionaria non configurandosi come nuovo investimento. Non essendoci una espressa regolamentazione nelle società di persone non troviamo una trasparenza nella divisione tra titolo oneroso e gratuito anche se comunque risulta logico trovarne le differenze sulla base dell’aumento o meno del capitale sociale. Tuttavia la differenza è notevole ed è il punto cruciale sulla quale si è mossa la corte, poiché secondo l’art 2262 c.c. gli utili delle società di persone vengono distribuiti immediatamente dopo il rendiconto una loro mancata distribuzione, salvo diversa disposizione pattizia (che nel caso di specie non è stata allegata)  non creerebbe una riserva e nemmeno un aumento del patrimonio della società esso manterrebbe piuttosto la sua originale natura creditizia dei soci nei confronti della società andando a creare per tanto un vero e proprio diritto soggettivo avente ad oggetto quegli utili, esso corrisponderebbe solo ad una particolare modalità di aumento del capitale, perciò la natura di credito potrebbe sembrare apparentemente un titolo gratuito, in realtà e tutt’altro esso corrisponde ad un vero e proprio acquisto tramite l’utilizzo di crediti del socio nei confronti della società andando a creare un acquisto ex novo ed andando quindi a ricadere nell’art. 177 c.c.  Sicuramente un ruolo fondamentale l’ha giocata la trasformazione della S.N.C. in S.P.A. Con questo ovviamente non si vuole fraintendere che i giudici di legittimità alla luce di questa trasformazione abbiano considerato automatico il passaggio delle quote nella comunione legale considerandosi cosi come nuovo acquisto, tale impostazione andrebbe totalmente al contrario di quello che ha voluto invece impostare il legislatore con la riforma del diritto societario del 2003 andando ad affermare che il cambiamento non suscita un nuovo acquisto di quote e una nuova posizione, bensì solo un mutamento della struttura societaria e quindi della disciplina, perciò è vero che una sentenza altrettanto forte come quella del tribunale di Catania del 17/11/ 2007 possa aver influenzato probabilmente la tesi della corte, ma sicuramente non sarà stata la colonna portante essendo per gran parte contraria all’orientamento che il legislatore ha voluto dare in merito alla trasformazione delle società.                                                                Questioni sulla comunione de residuo:

osservando l’impostazione che è stata data dalla corte, possiamo constatare tre dati interessanti:

  • La natura degli utili utilizzati per l’incremento delle quote
  • La trasformazione della società
  • La comunione de residuo

Questo ultimo punto è cruciale, per il fatto che nella decisione della corte credo sia stato forse fondamentale appoggiarsi ad un concetto di comunione de residuo piuttosto che di comunione legale, per il fatto che in un tal senso esso ha permesso alla corte di accontentare un po’ tutti, da un lato la dottrina, non facendo ricadere il bene in comunione legale ma in de residuo come aveva invece auspicato quest’ultima con la differenza però che la de residuo abbia ampliato copiosamente il suo bacino d’udienza non accogliendo solo i proventi ma anche le quote vere e proprie, è una mossa essa che a mio giudizio abbia voluto creare un precedente ma non vincolante, per utilizzare un termine di common law, questo perché tramite la mancata distinzione tra comunione immediata e de residuo non andando a specificare se la comproprietà derivasse da originariamente o al momento dello scioglimento della comunione. La natura poi conferita dalla dottrina alla comunione de residuo ha una duplice sfaccettatura: come comproprietà o come obbligazione, sorge allora il dubbio è forse meglio considerarla in questo caso obbligazione? Sicuramente sarebbero stati tutelati gli interessi di entrambi i coniugi avendo avuto la possibilità di corrispondere una somma pari alla metà della quota oggetto di disputa ed avendo cosi tutelato gli interessi della moglie e la responsabilità che poteva creare una situazione di pericolo per il coniuge non acquirente, certo le ambiguità sono molteplici in ogni caso, ma con tale decisione la giurisprudenza di legittimità sicuramente non ha dato risposte ai numerosi dubbi.

 

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Il Voto non è solo un diritto.

915D88DF-B305-44DE-A6A3-CCFFD875D144Art. 48 Costituzione italiana:

“Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”

Questo, non è un semplice articolo, è un dono, un privilegio ma soprattutto un onore. Può sembrare banale di questi tempi, magari scontato, credere che tale facoltà sia semplicemente apporre una X in un simbolo raffiguranto all’interno di una scheda. Il diritto di voto rappresenta la più grande innovazione mai adottata all’interno di uno stato, permettere di dare la voce al popolo quindi a chi lo compone. Spesso ho sentito persone, di qualsiasi età, che abbiano la capacità di poter usufruire di tale possibilità  per intenderci ovviamente, disertare questo grande potere, lasciar perdere magari, non considerando che la forza della moltitudine può avere davvero un incidenza incredibile sulle sorti delle vite di chi compone uno stato.                                                                                “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto” è davvero una proposizione incredibile e carica di significato, la voce di ogni singolo individuo diventa uguale, nessun peso e misura differente e questo, in un mondo fatto di eroi e superuomini credo che sia una cosa davvero straordinaria, permette di mettere tutti sullo stesso piano, dando il medesimo valore alla parola di ciascuno. L’innovazione più grande e che spicca maggiormente agli occhi, non può che essere l’accezione al fatto che il voto sia assolutamente libero, nessun vincolo, nessuna restrizione o costrizione, ognuno sfruttando la propria capacità cognitiva ha la possibilità di scegliere ciò che ritiene più opportuno per il pasese patrio, è davvero un dono meraviglioso, perchè credo io, la possibilità di scegliere sia quella più grande che possa essere riconosciuta all’essere umano, proprio per questo è importante conoscere, leggere, documentarsi, informarsi e soprattutto formarsi una propria idea per stringere il patto sociale che si pone come fondamenta di uno stato civile. La libertà di un uomo si conclude dove inizia la libertà di un altro uomo e così via nella formazione coesa di ciò che è il benessere. La libertà non va sminuita, non va lasciata in un angolino buio ad essere affossata dalla polvere, il peso che possiede è enorme e non può, non deve essere dimenticato. “Il suo esercizio è dovere civico” questa proposizione immdiatamente successiva è emblematica, perchè continua il concetto fortemente cristallizzato in quella precedente, quello della libertà di scegliere, non è un obbligo, ma un dovere civico, ciò significa che nessuno può essere obbligato a votare, la scelta consiste anche in questo, tuttavia proprio perchè i cittadini stringono figurativamente un patto con il proprio stato, nasce nel cuore e nella mente la volontà di riempirlo di contenuto, scegliendo, usando un gioco di parole, la possibilità di scegliere. Oggi prima di dirigermi alle urne mi sono riletto l’art. 48, ho riflettuto, e ho deciso di scegliere, così come hanno fatto e mi auguro abbiano fatto i tanti cittadini che amano il proprio stato.

Neve, così bianca.

Neve, così bianca
Cadi purificando tutto.
Con il freddo,
Ghiacci
I cuori
Le menti
E le conservi nel silenzio.
Cadi, ma senza disturbare
Non fai rumore,
Non è un tuo vizio
Regali la luce perfetta
Che racchiude tutti i colori
La purezza,
Il bianco.
Cadi, e sciacqui gli uomini
Sporcati dalla vita
Regali’ loro momentanea quiete.
Impaurisci,
Dalla grandezza,
Chi ti osserva
Concedi riparo
A chi cerca

Se stesso.

Tu accompagni me

Tu accompagni me
Ovunque
Tu credi in me
Ovunque.

Sei il ponte di contatto
Delle mie emozioni
Legandole una ad una
Rendendole forti.

Sei materia,
Fuoco che accende
Vento che accarezza
Acqua che culla.

Sei lotta perpetua
Dinamismo naturale
Di percorso vissuto.
Senza è vuoto astrale

Come cielo senza punti
Come mare senza onde
Come buio senza luce

Sei il dolce contrasto
Che taglia
Dell’aridità il nastro
Ciò che dona a me il sorriso.

 

Festival Anime Senza Voce

Mancano solo due giorni all’apertura del festival di arte contemporanea anime senza voce. Sarà davvero un evento ricco di iniziative e di bellissimi progetti sviluppati all’interno della magica cornice dei magazzini del sale di Cervia tutti incentrati sulla sensibilizzazione al tema particolarmente ostile , profondo e sempre attuale dell’abuso minorile. Tantissimi ospiti illustri parteciperanno concretamente per favorire un intreccio di discipline davvero interessante con la volontà di coinvolgere più partecipanti possibile. Avrò il piacere e l’onore di esporre i miei testi in quella che sarà la mostra, evento madre del festival, e di presentare alla sera finale, insieme al professor Giorgio Grasso, l’asta benefica di 40 opere di artisti nazionali ed internazionali donate all’associazione organizzatrice dell’evento.

vi aspetto numerosi a questa bellissima iniziativa!! 600_manifesto_nomi_artisti_3

Corri nel buio

Corri nel buio
Cerchi tu
La luce la vedi
Non c’è in realtà
In passato c’è stata, ora non più.
Tu o lei?
Chi cerchi?
Forse la stessa immagine
Corri nel buio
Cercando di oltrepassare l’argine
Che separa
Il volere dall’avere.
Non sempre esso
Consiste in qualcosa
A volte è solo
Buio

La poetica del consenso

Bellissime parole cri!!👏🏼👏🏼

Poe/try

E voi… Voi, sì: scrivete pure.

Continuate a produrre queste liriche altisonanti che vi porteranno verso l’Olimpo della fama. Mettete pure insieme le vostre ampollose costruizioni in un guazzabuglio di retorica, privo di senso e di messaggio alcuno, ma con cui senz’altro vi accaparrerete il consenso della folla. Perché si sa, è così: la gente vuole leggere di sé, nelle poesie. E quale miglior modo per accontentarli che incentrare un componimento su un argomento banale, che faccia audience, che piaccia un po’ a tutti?
Convinceteli con i vostri scritti; di fatto li convincerete tutti. Convincerete queste menti a credere arte ciò che di Arte non ha nulla. Convincerete chi da una vita resta seduto sul trono della presunzione, chi non ha mai conosciuto il tormento dell’Ispirazione, chi non si è mai messo in gioco decidendo di specchiarsi in un verso, di toccare il nero della propria anima in una rima…

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La lettera degli occhi

IMG_4016.PNGTornar potessi indietro, cambierei tutto. Cambierei il modo di parlarti, cambierei il modo di viverti e soprattutto cambierei il modo di guardarti. Parte tutto dagli occhi, da un incrocio di sguardi, come se fossero la foce di una sorgente che si congiunge al mare, gli occhi fanno questo appena si incontrano, si collegano e non si staccano più. Dissi una volta che gli occhi sono lo specchio di ciò che nascondiamo nell’animo, credo sempre di più in queste parole, quando si intrecciano gli sguardi si crea un ponte di contatto tra le due anime nascoste e queste vengono segnate per sempre inequivocabilmente, anche se questo ponte viene a crollare, figurativamente permane nell’idea e nello spirito. Se potessi tornare indietro inizierei da qui, nel ripristinare le crepe di questo ponte, non lasciar che imperterrite continuino il loro percorso, sgretolandolo sempre di più. Cambierei il modo, senza dare per certo quello che ho davanti, mantenendo nei miei di occhi, la curiosità di voler scoprire e di cercare sempre qualcosa di nuovo dentro di te, perché so che c’è, è inevitabile, non siamo completi per natura ma tendiamo a volerlo essere. Talvolta per esserlo si deve essere in due o in tre, quattro, cinque…. e potrei continuare fino all’infinito, ciò che è certo è che da soli non ci si riuscirà mai. Se potessi tornare indietro perciò ti guarderei come il primo giorno in cui mi sono innamorato, come se ogni giorno fosse inevitabilmente il primo e continuerei a farlo senza fermarmi mai, perché dovrei fermarmi? E’ quello che voglio, non ne vedo il motivo. Se potessi tornare indietro ti abbraccerei, sempre con gli occhi, perché loro hanno anche questo potere, quante cose si possono fare con un semplice sguardo. Se potessi tornare indietro ti bacerei, ancora con gli occhi, perché non c’è contatto più bello e più intimo di quello del bacio e pensare che questo avviene con le labbra che arrivano a toccarsi figuriamoci quanto sarebbe bello vedere due anime baciarsi. Insomma tutto questo per dire che, se potessi tornare indietro, non cercherei di cambiarmi, assolutamente no, cercherei di fare una cosa semplice ma che in realtà risulta essere difficilissima: aprire gli occhi.

Firmato: —

Uno sguardo giuridico sulla sanità

medici-ospedalieri

Oggi parlerò di un tema particolarmente delicato ma di estrema attualità, ne ho sentito l’esigenza proprio qualche giorno fa quando chiacchierando ho approfondito la questione. Di questi tempi infatti, in cui la malasanità incombe,i dubbi e le perplessità su ciò che realmente possa comportare tutto questo sono più che legittimi. Al di là della necessaria analisi tecnica e scientifica dell’operato dei medici, credo sia necessario porre uno sguardo anche sul profilo giuridico di questi soggetti, in breve che cosa accade ad un medico che reca danno ad un paziente? I soggetti maggiormente interessati, ovviamente sono quelli che lavorano presso strutture ospedaliere pubbliche o cliniche private essendo in questi luoghi, per la semplice legge dei grandi numeri, la maggior concentrazione di eventi che colpiscono i pazienti.

 

A titolo di responsabilità extracontrattuale ritroviamo diverse sfumature dovute dalle circostanze che hanno visto il verificarsi di un evento suscettibile di aver cagionato un danno considerato ingiusto ad un determinato soggetto. Si parla in particolar modo dei soggetti che pongono in essere il fatto. L’art. 2043 nella sua accezione apre alla generalità delle possibilità creando di fatto una atipicità dell’illecito civile permettendo di spaziare nel regime di tutela attraverso l’evoluzione giurisprudenziale, è il caso della responsabilità del medico ospedaliero oppure dipendente di una clinica privata. Numerosi sono stati gli interventi giurisprudenziali che hanno mutato il regime di responsabilità, sia dei professionisti in senso generale che nello specifico del medico, il quale ha visto l’introduzione a partire dal 1999 da parte della giurisprudenza della teoria del contatto sociale che avrebbe mutato lo scenario della responsabilità facendola passare da extracontrattuale , secondo l’accezione classica, a contrattuale basandosi soprattutto sul ragionamento legato all’inserimento nel rapporto tra le due parti non legate da un contratto tangibile un obbligo di buonafede e protezione suscettibile appunto di far sorgere in capo al medico una vera e propria obbligazione che comporterebbe nel caso di inadempimento a questo punto l’applicazione dell’art. 1218 e 1223 ( risarcimento del danno da inadempimento : interesse positivo). Scenario che ha visto un nuovo recente mutamento con la promulgazione della legge Balduzzi nel 2012 che sembrava in parte riaprire le porte al ritorno della responsabilità extracontrattuale, il dubbio è sorto negli interpreti creando diverse sfumature e diversi orientamenti. Quella che assume il medico è una obbligazione di mezzo e non di risultato, il medico di fatto fornisce lo “strumento” utile per raggiungere un determinato “obbiettivo” che in tal caso è proprio la salute del paziente, non essendoci alcun contratto tra medico e paziente, si è sempre optato per concepire la mancanza del medico d’innanzi a tale obbligazione come un danno ingiusto nei confronti del paziente, impostazione voluta proprio per la mancanza appunto di un contratto tra le parti che faccia sorgere un obbligo giuridico nitido. Quello introdotto dalla legge Balduzzi in particolar modo riprendendo il dettame dell’art. 3 : “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo”.  L’obbiettivo della legge era quello di porre il medico in condizioni più favorevoli di azione che dal 99 a questa parte avevano suscitato in questa classe una sorte di “timore d’azione” dovuto più che altro al forte favor di tutela nei confronti del paziente. In campo penalistico tale legge ha di fatto escluso la responsabilità del medico salvo che non si parli di colpa grave in maniera coerente con quanto ravvisato in ambito civilistico riguardo all’estensione della responsabilità del professionista ( in ambito contrattuale ) anche alla responsabilità extracontrattuale utilizzando il precetto dell’art. 2236  limitando la responsabilità solo ai casi di colpa grave, ma richiedendo una prestazione impeccabile e senza possibilità di comprendere rischi ex ante per ciò che concerne gli interventi di routine, dove in caso di lesioni si estenderebbe la responsabilità anche per colpa lieve, in tale concezione è contemplato come esimente solo l’imperizia, mentre imprudenza e negligenza non vengono contemplati. Una struttura interpretativa di questo genere permetterebbe al medico di avere maggiori libertà di azione e di evitare una politica attuativa detta in gergo “medicina difensiva” che tarperebbe non di poco l’operato del medico in questo modo si andrebbe a creare una concorrenza d’azione tale da vedere l’azione contrattuale nei confronti dell’ospedale “datore di lavoro del medico” e l’azione extracontrattuale nei confronti di quest’ultimo. Quello che però si richiede applicando l’art. 2236 è una diligenza non più legata al semplice obbligo di buona fede, bensì concepita come qualificata, proprio perché sono richieste condotte specifiche, è il caso appunto degli interventi considerati di routine secondo i parametri di progressione tecnico – scientifica dove non è permesso al medico di porre in essere condotte che rechino danno al paziente per le quali anche se lievi il medico ne risponderebbe, è un regime che quindi continua a mantenere una protezione nei confronti dei pazienti, vedendo applicare l’art. 2043 non più nella sua accezione classica bensì con la presunzione dell’elemento soggettivo della colpa, perciò per determinati casi si parlerebbe di culpa in re ipsa, proprio per il fatto che attenendosi alle linee guida ed ai protocolli medici oltre al codice deontologico, citati all’interno del testo di legge Balduzzi, non possono essere presi in considerazione per questa tipologia di interventi, in concomitanza come accennato poc’anzi con il progresso della scienza,  gli elementi costitutivi della colpa ovvero la negligenza e l’imprudenza, cosi = cass. 13 aprile 2007 n. 8826 e cass. 21/12/ 78 n. 6141 “ se l’intervento è di facile esecuzione, per dimostrare il fatto peggiorativo da parte del cliente è necessario fondare la responsabilità sulla presunzione di inadeguata condotta e sarà pertanto onere del medico fornire prova contraria di evento imprevedibile o condizioni fisiche già esistenti al momento dell’intervento”. La diligenza qualificata in concomitanza con l’evoluzione tecnica e scientifica dei mezzi forniti alla medicina porterebbe estremizzando il concetto addirittura ad una forma di responsabilità oggettiva del medico, l’elemento di analisi della colpa di fatto rientrerebbe solo come utilità per capire se si possa parlare di responsabilità o meno in sede penale, perdendo invece il significato nell’ambito civilistico dove il medico risponderebbe per responsabilità solo nei casi di colpa grave oppure nei casi di colpa lieve qualora si parli di condotta “non idonea” come sostenuto da un’ ampia giurisprudenza, si arriverebbe dunque a riscontrare una responsabilità solo sul collegamento eziologico tra il danno e il medico che ipoteticamente lo abbia posto in essere, fornendo come prova liberatoria l caso fortuito allegato al rispetto a pieno dei codici deontologici, delle linee guida che in determinate circostanze,  senza caso fortuito, potrebbero non bastare per escludere un medico da responsabilità civile, quello che viene espresso da questa legge può essere anche recepito come una volontà da parte del sistema di deviare la lente d’ingrandimento non più sull’operatore, bensì sul sistema complesso e sulla struttura quindi collettiva, il richiamo all’art. 2043 allora vorrebbe assumere un senso di “responsabilizzazione” dell’ente ospedaliero in particolar modo sull’obbligo dello stesso di controllare che i propri operatori si attengano in maniera perita e diligente alle linee guida e alle prassi specifiche dell’ambiente, se questo è vero allora non si può escludere che il precetto dell’art. 3 della legge pur possedendo una “oscurità sintattica” tale da rendere difficile comprendere il reale senso della norma apre a diversi scenari interpretativi anche con riguardo al tema del risarcimento, contemplando la possibilità di accrescimento (patrimonialmente parlando) di mera garanzia di soddisfazione del credito e di consistenza dello stesso che sorge in favore del paziente, come conseguenza del danno ricevuto, nel porre in essere azione risarcitoria nei confronti di un ente piuttosto che nei confronti di una persona fisica, in relazione quindi ai comportamenti e alle condotte degli operatori che abbiano agito in maniera “inadeguata” . La legge Balduzzi come detto poc’anzi ha aperto però la strada anche ad un altro filone interpretativo, ovvero quello che sostiene una continuità con la giurisprudenza del 99 riguardo alla natura della responsabilità medica come contrattuale ex art. 1218, proprio sulla dispensa del contatto sociale, si ritiene di fatto che il riferimento all’art. 2043 riportato nel testo di legge abbia una portata generale riguardo più che altro al risarcimento del danno in particolar modo quindi al secondo comma della norma in esame. Quello che è certo è che non si è andato a creare sicuramente una costanza nelle decisioni giurisprudenziali in materia, anche se dagli ultimi orientamenti, sembra proseguire la strada verso la concezione contrattualistica (de facto e non de jure) della responsabilità del medico ospedaliero o dipendente in clinica privata.