PARTECIPAZIONI SOCIETARIE E COMUNIONE DEI BENI

99745837-6F9E-467A-BB72-439447D5CCA7.jpegRiflessione svolta in merito ad un tema particolarmente delicato riguardante propriamente il regime patrimoniale durante il matrimonio. In un periodo storico nel quale le famiglie presentano sempre di più coniugi “autonomi” , per così dire, soprattutto operanti lavorativamente parlando, nel settore terziario, ho sviluppato un pensiero sul piano del diritto che racchiude i principali orientamenti della dottrina e della giurispurdenza riguardo alle situazioni in cui uno dei coniugi od entrambi detengano delle quote di partecipazione all’interno delle società.

Sperando che vi incuriosisca, buona lettura!

 

La dottrina si è espressa adottando due indirizzi differenti riguardo alla destinazione delle partecipazioni societarie nel regime patrimoniale dei due coniugi sulla base della distinzione riguardante la tipologia delle società nelle quali il coniuge risulti essere socio. I pareri risultano di conseguenza differenti qualora l’oggetto della discussione sia:

  • Acquisto di quote di partecipazione societaria di società di capitali (es. S.P.A.)
  • Acquisti di quote di partecipazione societaria a società di persone (es. S.N.C.)

Perché il parere può cambiare? Soprattutto per il discorso della responsabilità che sicuramente risulta fondamentale nel riconoscimento di una soggettività maggiore o minore in base ai due casi, perciò una responsabilità limitata come nel primo caso con le società di capitali porterà a riconoscere più che un diritto soggettivo nei confronti della società, un vero e proprio acquisto di beni, la sottoscrizione dell’ acquisto di una quota di partecipazione in una società di capitali (in questo caso mobile ex art. 810 e 812).  Differente invece può essere la considerazione che si può fare per ciò che concerne una responsabilità illimitata derivante dalla fattispecie della società di persone che invece inchioderebbe di più la dottrina ad orientarsi verso un riconoscimento o comunque alla sussistenza di un diritto nei confronti della società più che altro per la responsabilità delle azioni e della figura del socio all’interno della struttura, per tanto l’unico parametro veramente vincolante in dottrina per far si che un bene rientri immediatamente nella comunione legale dipende in gran parte dalla responsabilità legata alla società se limitata o no. La dottrina sostanzialmente si è mostrata propensa a far rientrare l’acquisto di quote in una società di persone nella fattispecie dell’art. 178 c.c. piuttosto che nella fattispecie della lettera a) dell’art 177 c.c. questo, per il semplice fatto di voler tutelare l’individuo che muove un’attività (in questo caso societaria) oltre che a promuovere la liberta di esprimere la propria personalità da parte di uno dei due coniugi, in quest’ ottica la dottrina si è indirizzata ad applicare un’analogia della ratio dell’art. 178 c.c. per il fatto che quest’ultimo menzioni solo l’impresa e le attività recanti ad esso senza fare riferimento alcuno all’attività societaria.  La dottrina ovviamente non va a tarpare le ali ai diritti del coniuge non direttamente acquirente delle quote societarie, poiché questo tipo di attività rientrerebbe a tutti gli effetti nella fattispecie della lettera c) dell’art 177 c.c. facendo cadere in comunione de residuo i proventi ricavati dall’attività societaria se sussistano ancora al momento dello scioglimento della società. Tali ragionamenti sono posti alla luce della natura che definisce la struttura e l’amministrazione di una società di persone. Se ci rifacciamo di fatto all’art. 2257 c.c. nel quale parliamo di amministrazione disgiunta, salvo deroga pattizia,  il socio ha i pieni poteri decisionali a livello amministrativo ed esercita in tale modo un vero e proprio potere derivante dalla quota percepita, l’inganno potrebbe coglierci qualora si parlasse di amministrazione congiunta nella quale le decisioni spettano all’approvazione collettiva di tutti i soci ex art. 2258 c.c. , di conseguenza la “personalità” e la discrezione derivante dall’esercizio dell’attività di socio potrebbe apparire vincolata, tuttavia se ci rifacciamo al II comma dell’art 2260 c.c. esso ammette che obblighi e diritti possono essere disciplinati dalle norme competenti per il mandato perciò i beni posti in essere dalla partecipazione societaria sono quindi utilizzati e gestiti dall’amministrazione. In questo modo ogni singolo socio anche non per forza facente parte dell’organo amministrativo contribuisce indirettamente allo svolgimento di attività societaria. Sfociamo allora nell’ intuitus personae che è lo stesso che chiude la questione nelle cooperative edilizie dove il dibattito riguardante le quote non si apre neanche facendo cadere tutto nella lettera c) dell’art 177c.c. Esso pertanto non è considerabile come compatibile alla comunione legale. La dottrina tuttavia si è espressa non solo sostenendo questo tipo di criterio prettamente formale ma esprimendone anche uno sostanziale che si instaura nella natura dell’acquisto, ovvero:

  • Se a titolo di investimento e quindi utile al sostenimento e alla crescita del consorzio matrimoniale e quindi rientrante direttamente nella comunione legale
  • Se a titolo di vero e proprio acquisto per la partecipazione concreta alle attività di una società, in questi casi poi ricorre invece una sorta di unitarietà nella tipologia di società se di capitali o di persone per il fatto che la personalità si impone per promuovere il suo sviluppo e che risulti un immediato e diretto esercizio dell’attività d’impresa rientrando quindi nel bacino d’udienza dell’art 178

Questa impostazione tuttavia risulta rischiosa e suscettibile di lacune per il fatto che come criterio risulta poco tecnico e molto difficoltoso da dimostrare andando a creare una situazione di incertezza e non di agevole applicazione nonostante la miglior espressione della realtà socio economica.

La giurisprudenza di legittimità si è espressa sul tema con la sentenza n 2569 del 2009:

nonostante l’ampio dibattito derivante dalla dottrina che in maggioranza ritiene per una serie di considerazioni necessario considerare la partecipazione societaria non come un acquisto (nel caso di società di persone) bensì come il godimento di un diritto soggettivo e della libertà di svolgimento di un’attività d’impresa e per tanto facendola rientrare in comunione de residuo ex art 178 c.c. e per quanto riguarda i proventi si fa riferimento anche alla lettera c) del 177c.c. La corte tuttavia con questa sentenza abbastanza controcorrente e rivoluzionaria in un certo senso sbarra completamente la strada intrapresa dalla dottrina orientandosi piuttosto a ridefinire la natura delle partecipazioni societarie di una società di persone andando poi a motivare l’esito che ha suscitato tanta incredulità e scetticismo in dottrina. Secondo la corte di fatto l’acquisizione di quote societarie non andrebbe a creare un vero e proprio diritto soggettivo nei confronti della società configurabile come diritto di credito avente ad oggetto la restituzione dell’intero conferimento fornito alla società, pertanto è possibile che sussista un’ aspettativa economica qualora si vada incontro all’eventuale scioglimento della società, considerando però che rimanga all’attivo un valore tale da giustificare la partecipazione pro quota dei soci per un valore quantomeno proporzionale ai conferimenti da essi immessi. La corte sembra quindi considerare le partecipazioni societarie come un vero e proprio acquisto suscettibile di poter ricadere nel regime della comunione legale riferendosi proprio a quell’art. 177 c.c. in particolare alla lettera a). Nel caso di specie pocanzi citato, ci si trova dinnanzi ad una situazione che vede due coniugi consensualmente separati che si stanno accordando sulla ripartizione dei beni derivante dalla comunione legale esistente durante il periodo di matrimonio. Il contradditorio sorge proprio in merito alla comproprietà delle quote di una s.p.a. (trasformata da s.n.c.) in particolare del 20% acquisite dalla moglie antecedentemente al matrimonio e poi durante il consorzio aumentate attraverso due conferimenti di una riserva di utili percepiti prima del matrimonio e un conferimento posto attraverso denaro ricevuto dal padre di lei. Se il tribunale di Ferrara si era attenuto all’orientamento dottrinale prevalente, la corte d’appello di Bologna invece abbia mosso un passo importante verso quello che sarà poi il pensiero della cassazione.  Nonostante l’ambiguità del dispositivo risultante nella seconda parte della sentenza, nella prima parte la corte d’appello di Bologna ha correttamente affermato che gli aumenti della partecipazione societaria insorti durante il matrimonio devono cadere in comunione alla luce della lettera a) del già citato 177c.c. Il ricorso in cassazione presentato dalla ormai ex moglie consisteva in 2 motivi dei quali solo una parte del primo è stata accettata, mentre il secondo è stato respinto per infondatezza:

  • Violazione dell’art 177 c.c. lettera a) poiché gli utili utilizzati per l’aumento delle partecipazioni derivavano da attività antecedenti al matrimonio per tanto lo status di socio in questo caso comporterebbe una situazione strettamente personale formalmente rientrante nell’art. 179 c.c. inoltre il terzo conferimento risulterebbe da denaro del padre che avrebbe cosi posto una donazione indiretta ed anche in questo caso si parlerebbe di beni personali per la lettera b) dell’part 179 c.c.
  • Violazione dell’art. 118 c.p.c. lamentando che la sentenza d’appello abbia disconosciuto il dato che farebbe risultare derivanti dal padre oltre che il denaro per la creazione di un conferimento, anche altro denaro utilizzato per la partecipazione alla società e che quindi gli utili prodotti e che sarebbero stati utilizzati come riserva per l’aumento di capitale durante il matrimonio e sarebbero per tanto rientranti nella sfera della donazione indiretta del padre.

La corte quindi accogliendo solo una parte della prima motivazione, conferma che solo le ulteriori quote acquisite durante il matrimonio ricadono nella comunione legale e non già anche quelle percepite prima del matrimonio. Ma perché esso può accadere? Occorre giustamente fare una differenziazione tra conferimenti in una società di capitali e conferimenti in una società di persone. Per quanto riguarda le società di capitali alla luce dell’articolo 2433 c.c. non vi è una ripartizione immediata degli utili poiché essi hanno piuttosto lo scopo di aumentare il capitale sociale, la ripartizione avviene al momento della deliberazione di approvazione del bilancio. Gli aumenti, per quanto riguarda le società di capitali possono essere a titolo oneroso o gratuito. Il titolo oneroso consiste in un vero e proprio acquisto di quote societarie derivanti dalla nuova immissione di conferimenti quindi ex novo alla società anche qualora l’iniziale partecipazione societaria risultava strettamente personale, perciò si creerebbe una situazione suscettibile di rientrare negli acquisti menzionati nell’art 177c.c. , qual’ora però questi aumenti siano stati fatti con denaro proprio come specificato nella lettera f) dell’art. 179 c.c. la partecipazione mantiene quella natura personale che possedeva prima del matrimonio. Se si parla invece di titolo gratuito ci troviamo dinnanzi alla materializzazione di un valore già insito nella partecipazione poiché scaturirebbe da riserva del capitale sociale, quindi non si creerebbe un nuovo conferimento, risulterebbe appunto a titolo gratuito e quindi manterrebbe quell’aspetto personale che già era posseduto dalla partecipazione azionaria non configurandosi come nuovo investimento. Non essendoci una espressa regolamentazione nelle società di persone non troviamo una trasparenza nella divisione tra titolo oneroso e gratuito anche se comunque risulta logico trovarne le differenze sulla base dell’aumento o meno del capitale sociale. Tuttavia la differenza è notevole ed è il punto cruciale sulla quale si è mossa la corte, poiché secondo l’art 2262 c.c. gli utili delle società di persone vengono distribuiti immediatamente dopo il rendiconto una loro mancata distribuzione, salvo diversa disposizione pattizia (che nel caso di specie non è stata allegata)  non creerebbe una riserva e nemmeno un aumento del patrimonio della società esso manterrebbe piuttosto la sua originale natura creditizia dei soci nei confronti della società andando a creare per tanto un vero e proprio diritto soggettivo avente ad oggetto quegli utili, esso corrisponderebbe solo ad una particolare modalità di aumento del capitale, perciò la natura di credito potrebbe sembrare apparentemente un titolo gratuito, in realtà e tutt’altro esso corrisponde ad un vero e proprio acquisto tramite l’utilizzo di crediti del socio nei confronti della società andando a creare un acquisto ex novo ed andando quindi a ricadere nell’art. 177 c.c.  Sicuramente un ruolo fondamentale l’ha giocata la trasformazione della S.N.C. in S.P.A. Con questo ovviamente non si vuole fraintendere che i giudici di legittimità alla luce di questa trasformazione abbiano considerato automatico il passaggio delle quote nella comunione legale considerandosi cosi come nuovo acquisto, tale impostazione andrebbe totalmente al contrario di quello che ha voluto invece impostare il legislatore con la riforma del diritto societario del 2003 andando ad affermare che il cambiamento non suscita un nuovo acquisto di quote e una nuova posizione, bensì solo un mutamento della struttura societaria e quindi della disciplina, perciò è vero che una sentenza altrettanto forte come quella del tribunale di Catania del 17/11/ 2007 possa aver influenzato probabilmente la tesi della corte, ma sicuramente non sarà stata la colonna portante essendo per gran parte contraria all’orientamento che il legislatore ha voluto dare in merito alla trasformazione delle società.                                                                Questioni sulla comunione de residuo:

osservando l’impostazione che è stata data dalla corte, possiamo constatare tre dati interessanti:

  • La natura degli utili utilizzati per l’incremento delle quote
  • La trasformazione della società
  • La comunione de residuo

Questo ultimo punto è cruciale, per il fatto che nella decisione della corte credo sia stato forse fondamentale appoggiarsi ad un concetto di comunione de residuo piuttosto che di comunione legale, per il fatto che in un tal senso esso ha permesso alla corte di accontentare un po’ tutti, da un lato la dottrina, non facendo ricadere il bene in comunione legale ma in de residuo come aveva invece auspicato quest’ultima con la differenza però che la de residuo abbia ampliato copiosamente il suo bacino d’udienza non accogliendo solo i proventi ma anche le quote vere e proprie, è una mossa essa che a mio giudizio abbia voluto creare un precedente ma non vincolante, per utilizzare un termine di common law, questo perché tramite la mancata distinzione tra comunione immediata e de residuo non andando a specificare se la comproprietà derivasse da originariamente o al momento dello scioglimento della comunione. La natura poi conferita dalla dottrina alla comunione de residuo ha una duplice sfaccettatura: come comproprietà o come obbligazione, sorge allora il dubbio è forse meglio considerarla in questo caso obbligazione? Sicuramente sarebbero stati tutelati gli interessi di entrambi i coniugi avendo avuto la possibilità di corrispondere una somma pari alla metà della quota oggetto di disputa ed avendo cosi tutelato gli interessi della moglie e la responsabilità che poteva creare una situazione di pericolo per il coniuge non acquirente, certo le ambiguità sono molteplici in ogni caso, ma con tale decisione la giurisprudenza di legittimità sicuramente non ha dato risposte ai numerosi dubbi.

 

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